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“S’incomincia con un temporale. Siamo arrivati ieri sera, e ci hanno messi a dormire come sempre nella camera grande, che poi è quella dove sono nato. Coi tuoni e i primi scrosci della pioggia, mi sono sentito di nuovo a casa. Erano rantolii, onde che finivano in uno sbuffo: rumori noti, cose del paese. Tutto quello che abbiamo qui è movimentato, vivido, forse perchè le distanze sono piccole e fisse come in un teatro. Gli scrosci erano sui cortili qua attorno, i tuoni quassù soprai tetti; riconoscevo a orecchio, un po’ più in su, la posizione del solito Dio che faceva i temporali quando noi eravamo bambini, un personaggio del paese anche lui. Qui tutto è come intensificato, questione di scala probabilmente, di rapporti interni. La forma dei rumori, e di questi pensieri (ma erano poi la stessa cosa) mi è parsa per un momento più vera del vero, però non si può rifare con le parole.”

Luigi Meneghello, 1922 – 26 giugno 2007

Ragazza svedese – Ciao, come va?
Ragazzo italiano – Bene e tu? Piacere, io sono X!
RS – Ma quindi sei italiano?
RI – Beh si! Perchè, non sembra?
RS – No, assomigli un sacco a mio cugino di Örebro!
RI – Beh, bene!
RS – Bene mica tanto! A noi i ragazzi svedesi fanno schifo. Ci piacciono gli italiani a noi! Ma tu non sembri proprio italiano!
RI – Guarda, ti giuro che sono italiano! So pure il dialetto! E in svedese so giusto due parole.
RS – Beh guarda, non avrebbe senso andare con un italiano che sembra il mio ex moroso di Helsingborg. Guarda quello con la canotta, il tribale e la collanina dorata. Lui è italiano! Non tu!
RI – !!?£$%&()=!

 

E fu così che Ragazzo italiano rimase di stucco, praticamente paralizzato. Un po’ perchè gli era andata buca. Un po’ perchè Ragazza svedese gli aveva appena detto che sembrava uno del nord. E questo per Ragazzo italiano era il complimento più bello che avesse mai ricevuto.

La ragazza dei miei sogni passa le serate nel divano a leggere.
Adora i vecchi film.
Ascolta i Cure e gli Slint.
Mangia un sacco di schifezze.
È brillante, spiritosa e molto ironica.
Alle volte sa essere anche molto tagliente.
Credo che lei non userebbe mai la scala per salire in camera mia.
Suonerebbe di sicuro il campanello.
Adoro il suo modo di vestire.
È così complessa da risultare di una semplicità disarmante, a volte.

 

La ragazza dei miei sogni ha un unico difetto: abita nella serie sbagliata.
Siamo anime gemelle, Rory Gilmore.

Il 10 luglio uscirà Our Love to Admire che sarà un disco importantissimo, nel bene o nel male, perchè sarà il primo album degli Interpol ad uscire per una major.
Ho sentito il singolo qui e non dico niente, un po’ per scaramanzia un po’ perchè ancora non mi esalta. Però la copertina è stratosferica.
Gli Interpol, per me, son sempre stati anni luce avanti rispetto a quel che mamma Inghilterra ci dava da ascoltare. Gli Editors e i Bloc Party, voi indies, avete iniziato a cagarli dopo che i 4 newyorkesi hanno dato alle stampe Antics. Che è il capolavoro post Turn on the bright lights, ovvero il loro album capolavoro. Dopo Antics, mentre i loro epigoni inglesi pubblicavano album su album, con un livello di qualità sempre teso verso il basso, loro se ne sono stati zitti. Ora sono tornati, anche se a mio giudizio avrebbero dovuto attendere un altro annetto, quando la gente avrà rimosso gran parte dei gruppuscoli per cui ora molti si strappano i capelli gridando all’ennesimo miracolo, e nel 2008 spazzare via tutto e tutti: – Scusate il ritardo ragazzi, ma non ci andava di mescolarci con questi cagacazzi inglesi. Ora siamo tornati e siamo sempre vestiti di nero.

Prima o poi doveva succedere. Non sono mai andato a vedere gli Smashing Pumpkins dal vivo, ché l’ultima volta che sono venuti in Italia stavo in botta per Master of Puppets e poco altro. Speravo comunque che non mi sarebbe mai più toccato di vederli dal vivo. Perchè le reunion non funzionano, perchè si sente sempre una certa puzza dietro ste cose. E non importa se sono una delle mie band di riferimento, se li ho sempre preferiti a tutta la scena grunge, se Billy è/era una specie di semidio pagano alto e pelato. Non li volevo vedere. Non avevo nemmeno preso il biglietto per il 16 giugno. Salvo poi raccattarne uno aggratis e quindi…
Perchè in fondo so già come andrà a finire. So già che sabato quello scialbo alone di mito che ancora mi circonda i Pumpkins svanirà. Perchè ci saranno cinquantamila persone con gli accendini, con le mani nei capelli, sarà il festival del sing-along. Un immenso karaoke collettivo. Un concerto di Vasco praticamente.
Sarà che prima ci sono gli Incubus e poi gli Aerosmith. Sarà che le nuove canzoni fanno pietà. Boh. Provo la stessa sensazione che si prova prima di andare dal dentista, che ci vai perchè-sai-che-è-la-cosa-giusta ma sotto sotto ti immagini già tra le fiamme degli inferi, a soffrire come un cane.
Sentiremo il duo Billy – Jimmy che macinerà decibel, sfornerà sempreverdi hit e piccole chicche per fan dell’ultima ora e maniaci adoratori delle zucche. Che poi sarei io. Vedremo il nuovo chitarrista, che subito paragoneremo al suo predecessore e ci apparirà anonimo come un disco dei Bloc Party. Faremo la radiografia della nuova bassista, un po più bassina di Melissa e D’Arcy ma a quanto pare messa meglio a carrozzeria.
Ci scambieremo pareri contrastanti sulla scaletta, sulla scenografia, sulle tuniche che manco i Sunn O))), sulle chitarre che ha usato e non ha usato, sui suoni…
Poi si torna a casa, si mette Siamese Dream e si torna sereni.

The Rituals sono una di quelle band che in Italia è raro trovare. Il loro primo album, “The past twelwe months” è uno di quei dischi che in Italia è raro vengano prodotti. Aggressività e melodia in un disco da ascoltare tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima traccia. Figli (legittimi, a mio parere) di band come Dillinger Four, Kid Dynamite e Scared of Chaka, fanno delle chitarre armoniose e potenti , della sezione ritmica massiccia e soprattutto delle voci tirate fino al limite il loro biglietto da visita. Credo di non sbagliarmi affermando che, dopo qualche ascolto del disco e dopo averli visti sul palco, il nome di questa band farete fatica a dimenticarlo!

Q: Chi sono e da dove arrivano i The Rituals?

A: Riccardo (chitarra e voce), Nicolò (basso e voce) e Maruzzella (batteria), veniamo da Verona e abbiamo iniziato a suonare in questo gruppo circa 3 anni fa.

Come mai l’album si intitola “The past twelve month”? E’ una fotografia del vostro ultimo anno?

Esatto, tendenzialmente ricordiamo le cose positive di ciò che abbiamo vissuto in passato. Questo disco invece ha la volontà di ricordare nel tempo ciò che è risultato avvilente nel tempo.

Il suono dell’album è molto potente, molto curato ma allo stesso tempo sembra grezzo. Tutta farina del vostro sacco o merito dell’Hate Studio?

Di entrambi credo. Loro conoscono perfettamente i nostri gusti, ci sanno fare: abbiamo sviluppato il corpo del disco, la sua produzione, man mano che lo registravamo. Poi un giorno siamo andati in studio e Icio (fonico dell’Hate Studio – ndr), come accoglienza, ci ha presentato una bozza di mix del quarto pezzo. I nostri menti erano a terra, al livello delle suole delle nostre scarpe.

L’artwork è curato da Josh Cochran, un affermato artista statunitense. Come lo avete convinto a lavorare per voi? Cosa volevate esprimere con quei disegni che, a prima vista, sembrano poco legarsi con le sonorità dell’album?!

L’abbiamo contattato via email. C’è voluto un po’ per convincerlo a lavorare con noi e solo dopo aver sentito il disco ultimato ha deciso di prendersi cura dell’artwork. I toni pacati dei colori della copertina sono sintomatici del contrasto ricercato con l’aggressività delle canzoni.

Come molte persone sono colpito dai tuoi testi, Nicolò. Oltre che dal contenuto, sono sbalordito dalla forma. Come nasce questo tuo stile?

Ti ringrazio, fa piacere sapere che c’è gente che legge i testi, specialmente di un gruppo italiano sconosciuto! Credo che la qualità di un testo dipenda principalmente dalla necessità e dall’esigenza che un individuo ha di scriverlo: a prescindere dalla forma o dalla correttezza grammaticale, a mio avviso, un buon testo è caratterizzato dal suo contenuto.

Dopo aver girato tutto l’Est europeo e il Regno Unito penso siate pronti per la conquista degli USA. A quando il grande passo?

Un’etichetta americana ci ha contattati poco tempo fa. Ma credo di parlare a nome di tutti dicendo che “preferiamo non parlarne” poiché potrebbe non essere di buon auspicio. In parole povere “porta sfiga”.

Behind every sinner there’s a heart and a guilty hand/ behind every tear there’s hateful rigorous discipline.” Cos’avevi dentro quando hai scritto questi due versi?

Non te lo dico.

Ultima domanda. Mi sai dire un concerto e/o un disco che ti hanno cambiato la vita?

Nessun disco o concerto mi ha cambiato la vita però posso dirti uno o più dischi che non smetterò mai di ascoltare: “Versus god” dei Dillinger four, “Everynight fire works” degli Hey Mercedes, “Bricks and blackouts” dei Gaunt e probabilmente i Beatles anche se ho cominciato ad apprezzarli sul serio da molto poco.


Indipendente ha confermato la presenza degli Hot Hot Heat all’Independent Day 2007, assieme a NIN, Tool, Maximo Park e Trail of Dead.
Io confermo che, nei tre quarti d’ora in cui suoneranno loro, sarò in coda per il bagno.

Incipit è perchè oltre Federico Moccia c’è un mondo tutto da scoprire.

 

Rasmus e il vagabondo
di Astrid Lindgren

 

Rasmus stava a cavallo dell’abituale ramo biforcuto in cima al tiglio, pensando a tutte le cose che gli sarebbe piaciuto eliminare dal mondo. Innanzitutto, le patate! Quantunque, bollite e servite col sugo come cena domenicale, non fossero poi tanto male; il guaio cominciava quando stavano crescendo per tutto il campo – una vera benedizione di Dio – e si era costretti a rincalzarle.

Anche della signorina Poiana, Rasmus avrebbe fatto volentieri a meno. Perchè era lei che diceva: “Domani, per tutto il giorno, rincalzeremo patate”. Rincalzeremo, diceva, ma non certo perchè la signorina Poiana avesse intenzione di dare una mano. No davvero: erano Rasmus, Gunnar e Pietro-il-Grosso quelli a cui toccava starsene bocconi a faticare nel campo di patate per tutta l’interminabile giornanta estiva, mentre passavano i ragazzi del villaggio che andavano a tuffarsi nel fiumicello! I superbi ragazzi del villaggio, a proposito, anche loro sarebbe stato meglio eliminarli!

 

 

New Thing
di Wu Ming 1

 

Prologo. 12 aprile 1967

 

Il coro prova nell’aula di una scuola elementare. Niente audizioni, chiunque può venire. Sa cantare? Canterà. Può ascoltare, bere caffè, guardare i disegni dei bimbi alle pareti.

Stasera ce n’è di gente nuova. Presentazioni, strette di mano. Questa è l’aula di mio figlio. Il bidello è mio cugino. In bagno c’è la scritta che ho fatto sette anni fa con un chiodo.

Anita ha un sorriso per tutti, ascolta le voci, divide le persone in tre gruppi poi le fa sedere in cerchio. Sulla lavagna il testo di uno spiritual.

Anita canta i primi versi, provando l’intonazione su un pianoforte verticale. Insegna le parti, fa cantareuna sezione alla volta. La prendi troppo bassa o troppo alta, voci che si rompono, colpi di tosse, risate. Anita spiega i rudimenti: “Seconda voce”, “Chiamata e risposta”…Passano di mano tazze di caffè.

E ora tutti insieme. Un ragazzo siede al piano, Anita canta.

 

I feel like, I feel like, Lord
I feel like my time ain’t long.

 

 

Estensione del dominio della lotta
di Michel Houellebecq

 

Venerdì sera sono andato a una festicciola a casa di un collega di lavoro. Eravamo una trentina, tutti quadri di medio livello, tra i venticinque e i quarant’anni. A un certo punto una scema ha cominciato a spogliarsi. Si è sfilata la maglietta, poi il reggiseno, poi la gonna – il tutto facendo delle smorfie incredibili. È rimasta così qualche secondo, ad ancheggiare in mutandine; poi, non sapendo più che fare, si è rivestita. Peraltro è una che non la dà a nessuno; il che sottolinea l’assurdità del suo contegno.

Dopo il quarto bicchiere di vodka ho cominciato a sentirmi malissimo e sono andato a sdraiarmi su un mucchio di cuscini dietro il divano. Poco dopo, due tizie sono venute a sedersi proprio sul divano. Faccio presente che si tratta di due tizie tutt’altro che belle, anzi, due racchie totali. Vanno sempre a mensa in coppia e leggono libri sullo sviluppo del linguaggio nei bambini, non so se capite il genere.

Appena sedute hanno cominciato a commentare l’evento del giorno, cioè che una delle impiegate era venuta in ufficio con una minigonna assurdamente mini, raso-chiappe.

Punto primo: forse è ora di smetterla di credersi Steven Spielberg.
Punto secondo: forse è il caso di togliere la scala dalla finestra della camera; tanto non ci entra mai nessuno di lì.
Punto terzo: forse è ora che mi prenda una gran sbronza e che faccia capire a tutti che Seth Cohen non vale un cazzo.

Ai più il nome Cult of Luna dirà poco o niente. Per me invece sono uno dei pochi gruppi per cui vale la pena farsi 600 chilometri, tra andata e ritorno, in un anonimo giovedì di maggio. Giuro, la sensazione, dopo un’ora e mezza di concerto, era che il tempo si fosse fermato, o che fosse scappato troppo in fretta. Il tempo e lo spazio erano diventate dimensioni astratte, il suono aveva preso il sopravvento su tutto.

Il concerto inizia a sipario chiuso, con una melodia di pianoforte molto rarefatta. La tenda si apre su di un palco vuoto; tra le nuvole di fumo si vedono solo gli strumenti.

A poco a poco entrano i sei svedesi, attaccano con i feedback, sovrappongono chitarre, synth, delay, riverberi. L’intro sale lentamente e si collega alla bellissima “Waiting for you” (Tack, Giulia!). E poi in un nanosecondo è l’inferno. Attaccano Finland, dal loro ultimo album “Somewhere along the highway”. Un’onda sonora pazzesca che spettina prime file, retrovie, baristi e pure il cassiere all’ingresso. Scambio delle occhiate complici e furtive con i miei compagni di viaggio e l’unica cosa che ci riesce di fare è dipingerci in volto quel sorriso un po’ beota che ti viene quando vedi qualcosa talmente bello che ti sembra un miraggio.

A quel punto nessuno è più capace di trattenersi dal dondolare avanti e indietro la testa (si, erano tutti metallari lì dentro!), lasciarsi cullare da quei ritmi lenti ma ossessivi; batteria, basso, tre chitarre e synth creavano un impasto sonoro devastante ma allo stesso tempo raffininatissimo sopra il quale si inseriva la voce growl di Johannes Persson. Era impossibile non essere totalmente catturati dalle atmosfere dolcemente spettrali che provenivano dal palco, come quando sei talmente rapito dalla bellezza del fuoco che non riesci a trattenerti dal toccarlo.

 

L’attesa per il loro ritorno in Italia era grande e i Cult of Luna l’hanno ripagata con uno show che oserei definire monumentale, tale è stato lo spessore delle canzoni proposte e della presenza scenica della band. Il pubblico presente, abbastanza numeroso considerato il fatto che i Cult of Luna non fanno new-rave o emo-core ma hanno lo stesso i jeans attillati, la frangia e sono decisamente dei bei figliuoli, credo sia rimasto estasiato da un concerto così. Peccato che sia durato solo un’ora e mezza, che abitiamo in Italia e che quindi se ci va bene un loro prossimo concerto ce lo ribecchiamo tra cinque anni. A meno che il metal lento e pesantone non diventi la moda della prossima stagione.

 

del.icio.us

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