Ai più il nome Cult of Luna dirà poco o niente. Per me invece sono uno dei pochi gruppi per cui vale la pena farsi 600 chilometri, tra andata e ritorno, in un anonimo giovedì di maggio. Giuro, la sensazione, dopo un’ora e mezza di concerto, era che il tempo si fosse fermato, o che fosse scappato troppo in fretta. Il tempo e lo spazio erano diventate dimensioni astratte, il suono aveva preso il sopravvento su tutto.

Il concerto inizia a sipario chiuso, con una melodia di pianoforte molto rarefatta. La tenda si apre su di un palco vuoto; tra le nuvole di fumo si vedono solo gli strumenti.

A poco a poco entrano i sei svedesi, attaccano con i feedback, sovrappongono chitarre, synth, delay, riverberi. L’intro sale lentamente e si collega alla bellissima “Waiting for you” (Tack, Giulia!). E poi in un nanosecondo è l’inferno. Attaccano Finland, dal loro ultimo album “Somewhere along the highway”. Un’onda sonora pazzesca che spettina prime file, retrovie, baristi e pure il cassiere all’ingresso. Scambio delle occhiate complici e furtive con i miei compagni di viaggio e l’unica cosa che ci riesce di fare è dipingerci in volto quel sorriso un po’ beota che ti viene quando vedi qualcosa talmente bello che ti sembra un miraggio.

A quel punto nessuno è più capace di trattenersi dal dondolare avanti e indietro la testa (si, erano tutti metallari lì dentro!), lasciarsi cullare da quei ritmi lenti ma ossessivi; batteria, basso, tre chitarre e synth creavano un impasto sonoro devastante ma allo stesso tempo raffininatissimo sopra il quale si inseriva la voce growl di Johannes Persson. Era impossibile non essere totalmente catturati dalle atmosfere dolcemente spettrali che provenivano dal palco, come quando sei talmente rapito dalla bellezza del fuoco che non riesci a trattenerti dal toccarlo.

 

L’attesa per il loro ritorno in Italia era grande e i Cult of Luna l’hanno ripagata con uno show che oserei definire monumentale, tale è stato lo spessore delle canzoni proposte e della presenza scenica della band. Il pubblico presente, abbastanza numeroso considerato il fatto che i Cult of Luna non fanno new-rave o emo-core ma hanno lo stesso i jeans attillati, la frangia e sono decisamente dei bei figliuoli, credo sia rimasto estasiato da un concerto così. Peccato che sia durato solo un’ora e mezza, che abitiamo in Italia e che quindi se ci va bene un loro prossimo concerto ce lo ribecchiamo tra cinque anni. A meno che il metal lento e pesantone non diventi la moda della prossima stagione.

 

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