The Rituals sono una di quelle band che in Italia è raro trovare. Il loro primo album, “The past twelwe months” è uno di quei dischi che in Italia è raro vengano prodotti. Aggressività e melodia in un disco da ascoltare tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima traccia. Figli (legittimi, a mio parere) di band come Dillinger Four, Kid Dynamite e Scared of Chaka, fanno delle chitarre armoniose e potenti , della sezione ritmica massiccia e soprattutto delle voci tirate fino al limite il loro biglietto da visita. Credo di non sbagliarmi affermando che, dopo qualche ascolto del disco e dopo averli visti sul palco, il nome di questa band farete fatica a dimenticarlo!

Q: Chi sono e da dove arrivano i The Rituals?

A: Riccardo (chitarra e voce), Nicolò (basso e voce) e Maruzzella (batteria), veniamo da Verona e abbiamo iniziato a suonare in questo gruppo circa 3 anni fa.

Come mai l’album si intitola “The past twelve month”? E’ una fotografia del vostro ultimo anno?

Esatto, tendenzialmente ricordiamo le cose positive di ciò che abbiamo vissuto in passato. Questo disco invece ha la volontà di ricordare nel tempo ciò che è risultato avvilente nel tempo.

Il suono dell’album è molto potente, molto curato ma allo stesso tempo sembra grezzo. Tutta farina del vostro sacco o merito dell’Hate Studio?

Di entrambi credo. Loro conoscono perfettamente i nostri gusti, ci sanno fare: abbiamo sviluppato il corpo del disco, la sua produzione, man mano che lo registravamo. Poi un giorno siamo andati in studio e Icio (fonico dell’Hate Studio – ndr), come accoglienza, ci ha presentato una bozza di mix del quarto pezzo. I nostri menti erano a terra, al livello delle suole delle nostre scarpe.

L’artwork è curato da Josh Cochran, un affermato artista statunitense. Come lo avete convinto a lavorare per voi? Cosa volevate esprimere con quei disegni che, a prima vista, sembrano poco legarsi con le sonorità dell’album?!

L’abbiamo contattato via email. C’è voluto un po’ per convincerlo a lavorare con noi e solo dopo aver sentito il disco ultimato ha deciso di prendersi cura dell’artwork. I toni pacati dei colori della copertina sono sintomatici del contrasto ricercato con l’aggressività delle canzoni.

Come molte persone sono colpito dai tuoi testi, Nicolò. Oltre che dal contenuto, sono sbalordito dalla forma. Come nasce questo tuo stile?

Ti ringrazio, fa piacere sapere che c’è gente che legge i testi, specialmente di un gruppo italiano sconosciuto! Credo che la qualità di un testo dipenda principalmente dalla necessità e dall’esigenza che un individuo ha di scriverlo: a prescindere dalla forma o dalla correttezza grammaticale, a mio avviso, un buon testo è caratterizzato dal suo contenuto.

Dopo aver girato tutto l’Est europeo e il Regno Unito penso siate pronti per la conquista degli USA. A quando il grande passo?

Un’etichetta americana ci ha contattati poco tempo fa. Ma credo di parlare a nome di tutti dicendo che “preferiamo non parlarne” poiché potrebbe non essere di buon auspicio. In parole povere “porta sfiga”.

Behind every sinner there’s a heart and a guilty hand/ behind every tear there’s hateful rigorous discipline.” Cos’avevi dentro quando hai scritto questi due versi?

Non te lo dico.

Ultima domanda. Mi sai dire un concerto e/o un disco che ti hanno cambiato la vita?

Nessun disco o concerto mi ha cambiato la vita però posso dirti uno o più dischi che non smetterò mai di ascoltare: “Versus god” dei Dillinger four, “Everynight fire works” degli Hey Mercedes, “Bricks and blackouts” dei Gaunt e probabilmente i Beatles anche se ho cominciato ad apprezzarli sul serio da molto poco.


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