BABYSHAMBLES – SHOTTER’S NATION (PARLOPHONE)

Diciamolo chiaramente. Down In Albion era da considerarsi un bel disco solamente perchè al suo interno c’era quel gran pezzo che è Fuck Forever. Per il resto eravamo sul mediocre e sul già sentito altrove e in tempi non sospetti. Shotter’s Nation è un bel disco, nulla di eccezionale, chiariamoci, ma dato che si tratta di una delle band più chiacchierate degli ultimi anni mi sembrava doveroso dirlo, che non di solo hype si vive, ma anche di belle canzoni, se si vuol campare e soprattutto permettersi anche qualche costoso vizietto. Fondamentalmente questa cosa che dei Babyshambles si parli più sui tabloid che sulle riviste musicali, anche se spesso le due tipologie tendono a convergere, mi da un fastidio della madonna. D’accordo, è facile fare notizia con il musicista tossico che sta con la modella tossica, vedi Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo, ma per piacere, lasciatelo in pace. Se invece parlassimo del Doherty musicista potremmo dire che in Shotter’s Nation ci sono dei testi che sono delle rasoiate, diretti e onesti e che questa volta l’intero album è di un livello molto buono. Canzoni catchy e ben costruite per un album intenso e ben costruito. Tutto qui.

Voto: 6/10

DISCO DRIVE – THINGS TO DO TODAY (UNHIP RECORDS)

Dicono che dal vivo i Disco Drive siano delle bombe atomiche, che si scambino gli strumenti l’un con l’altro, che il pubblico non riesca a rimanere fermo un solo istante durante i pezzi, che i tre musicisti vengano “colti come per incantamento” e che si trasformino in dei licantropi del pop-rock.
Ecco tutto questo io non l’ho mai visto accadere, per il semplice motivo che ad un loro concerto non sono mai stato, ma spero di colmare ben presto questa mia lacuna. Perché dopo qualche ascolto di Things To Do Today, la voglia di vederli sopra un palco è tanta. Vorrei vedere se anche dal vivo iniziano It’s A Long Way To The Top con quella ritmica fatta coi sospiri, se veramente il basso e la batteria stanno sempre incollati, se i suoni che escono dalle casse sono proprio così grezzi, cattivi, taglienti. I Disco Drive osano, mescolano, sudano, intrecciano voci e melodie e il risultato alla fine è che quando togli le cuffie dalle orecchie senti proprio com’è il silenzio perché per i quaranta minuti precedenti vieni bombardato da chitarre saturate, feedback, synth, campanacci, bottiglie di vetro e chi più ne ha più ne metta. Bomba!

Voto: 7/10

JIMMY EAT WORLD – CHASE THIS LIGHT (DREAMWORKS RECORDS)

All’inizio ero esaltato da questo disco. Poi mi sono ricordato che i Jimmy Eat World che mi piacciono sono quelli di Clarity e di Bleed American e ho iniziato a ragionare. Chase This Light non è un brutto disco, sia chiaro. È semplicemente insignificante. Non mancano i pezzi che ti ricordi e fischietti quando stai facendo qualcos’altro, le melodie sono sempre quelle loro, la testa ogni tanto inizia a scuotersi su e giù, però è troppo prodotto, troppo simile a mille altri dischi che escono ogni giorno da parte di band emo-core. I JEW anziché seguire la corrente avrebbero dovuto fare come sempre, belle canzoni, bei suoni, belle melodie. Tutto lì. Qui invece siamo pieni di suoni pompatissimi, di voci effettate che non la smettono mai di cantare anche quando la canzone vorrebbe un momento di respiro. Il cambiamento di rotta lo si era intuito in Futures, si era aggravato nell’EP Stay On My Side Tonight e qui si è completato. Siamo passati dallo smielato con gusto allo smielato tamarro e per me questo è veramente troppo. Però se avete il ciuffo lungo e i capelli tinti di nero (se si usa ancora agghindarsi a quel modo) questo disco vi piacerà.

Voto: 5/10

SETTLEFISH – OH DEAR! (UNHIP RECORDS)

Dire che Oh Dear! sia il disco italiano del mese è senz’altro riduttivo, anche perché non fregherebbe a nessuno. Sicuramente il nuovo album dei Settlefish gode di un respiro internazionale che spesso manca ai dischi dei gruppi di casa nostra. Si sente che di strada ne hanno fatta tanta, sia musicalmente che in fatto di kilometraggio, in giro per l’Europa e il Nord America. Le influenze della scuola di Chicago (Cap’n Jazz e derivati) che permeavano gli album precedenti, qui lasciano un po’ il passo a dei nuovi orizzonti musicali, sicuramente molto più ampi. Si passa dagli Explosion In The Sky ai Modest Mouse, a mio avviso. La parte del leone come sempre la fanno la voce di Johnatan Clancy, riconoscibile tra mille e le chitarre che sono da bava alla bocca. Questo disco costituisce sicuramente un’evoluzione importante per i cinque bolognesi: elettronica e synth acquistano un ruolo molto più rilevante che in precedenza e pezzi come Summer Drops lo testimoniano alla perfezione. Alla bellezza di Oh Dear! aggiungete dei live tiratissimi dall’inizio alla fine e poi unite tutti i puntini. Ecco che otterrete una band per la quale bisogna lustrarsi bene gli occhi e le orecchie.

Voto: 8/10

Advertisements