HARAM – DRESCHER (LOVITT RECORDS)

Gli Haram sono un gruppo prog/rock/punk/chi-più-ne-ha-più-ne-metta formato da ex membri di City Of Caterpillar, Pg. 99 e Malady. Se poi ci aggiungete che il loro precendete album omonimo era a dir poco una bomba allora l’acquisto/download di Drescher è caldamente consigliato. Chitarre a tutto spiano, batteria della madonna e una voce che ti urla in faccia con rabbia ma non solo. Perchè gli Haram sanno alternare momenti di rabbia pura a toni più pacati, più riflessivi, alle volte un filino psichedelici. Un po’ come facevano i Fugazi o come fanno i These Arms Are Snakes. Un sacco di nomi da appuntare e da ascoltare, band imprescindibili secondo me. Un sacco di band che negli Stati Uniti sono dei piccoli fenomeni di culto e che qui in Europa sono ascoltate troppo poco e da troppo pochi. Ora, noto due cose da quanto scritto: che è una recensione in apparenza superficiale e che parlo solo di band che a mio avviso meritano. Il primo fatto è perchè non è facile parlare di una band come gli Haram, sconosciuta ai più senza dare le giuste coordinate per invogliarvi ad ascoltarli. Il secondo non è perchè percepisco tangenti dalle case discografiche ma perchè presumo sia meglio parlare del poco di buono piuttosto che sparare a zero nel mucchio!

SAUL WILLIAMS – THE INEVITABLE RISE AND LIBERATION OF NIGGY TARDUST

Fare o non fare la recensione dell’ultimo disco di Saul Williams? Farla! Anche a costo di sembrare il solito fanboy adorante. The Inevitable Rise And Liberation Of Niggy Tardust infatti è un gran bel disco, prodotto dal solito Trent Reznor che si è occupato di scrivere le musiche per l’amico Saul, poeta e cantante di origini afroamericane. È praticamente Year Zero solo che con un nero che canta, e canta pure molto bene. Ci senti l’orgoglio di appartenere alla comunità nera lì dentro, delle sue tradizioni che però si mescolano con l’elettronica industrial in un’accoppiata abbastanza inusuale. Ma che suona in modo devastante in alcuni passaggi. Come quando Saul Williams si abbandona ad un rap facendosi pure da base, modello beat-box parlante. Poi il beat scuro e ultra-low subentra a dar man forte e si salvi chi può! O come su Sunday Bloody Sunday: sì, proprio quella degli U2! Tirata a lucido per l’occasione suona veramente fresca e potente! Nota a parte per la distribuzione del disco, in stile Radiohead: direttamente dal sito di Saul, gratis la versione mp3 in alta qualità, cinque dollari per quella in FLAC enrambe con artwork in pdf di ben trentatre pagine. Un tentativo fatelo!

SIGUR ROS – HVARF/HEIM (EMI)

Di solito quando si viene a sapere che una band pubblica, assieme ad un Dvd, anche un doppio Cd tutti noi si grida all’operazione commerciale, al bieco lucrare sui risparmi di noi giovani fan. Per i Sigur Ros il discorso è sempre leggermente diverso. Si tratta infatti di un Cd contenente sei brani inediti e un altro contenente delle versioni unplugged-orchestrali di alcuni vecchi brani già presenti in altri album. Beh, i due cd sono uno più bello dell’altro. Nel primo troviamo dei brani che, creando una continuità con Takk, giocano sui suoni e sulle atmosfere, creando dei paesaggi sonori che ti fanno partire in un viaggio onirico attraverso terre ghiacciate, geyser e orizzonti sterminati. Nel secondo disco le atmosfere cambiano, ma non di molto. Gli accenti si spostano sugli strumenti acustici, sugli archi degli Amiina, sui pianoforti. Le canzoni non vengono stravolte, vengono semplicemente spogliate e leggermente rivestite di seta. Vengono trasformate in canzoni da camera da letto (non siate maliziosi, su!, nda), in sottofondi meravigliosi e delicati.

RADIO RIOT RIGHT NOW – HURTS

Potrei raccontarvi tante cose dei Radio Riot Right Now. Potrei parlarvi di com’è un loro concerto, di com’è far due chiacchiere con loro, o ancora di com’è ascoltare i Breach e i Refused al liceo e rimanere folgorati, ad esempio. Vi dirò invece che hanno da poco pubblicato, anzi, hanno da poco messo in download gratuito sul loro sito, Hurts, il loro primo vero album. Vi dirò che Hurts suona meravigliosamente pesante, fastidioso, cupo e angosciante. Vi dirò che è esattamente ciò che vorreste sentire in una di quelle giornate del cazzo in cui dovete sfogare tutto, perchè appena lo farete partire, per quaratatre minuti, non riuscirete più a stare fermi. Hurts suona esattamente come un loro live. Veloce, rabbioso, con le chitarre che fanno i salti mortali e passano da destra a sinistra, la batteria potentissima, la voce che ti prende dentro e ti fa urlare. I pezzi scorrono e non ne trovi uno di ripetitivo o di noioso e stai li incollato, concentrato, quasi rapito da quella sucessioni di semitoni e dissonanze, growl e distorsioni. Un unico grande rammarico: l’assenza dei testi dal file dell’album.

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