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BROTHOMSTATES – CLARO (WARP)

Brothomstates è l’anagramma di Bathroom Test ed è pure lo pseudonimo con cui il finlandese Lassi Pekka Nikko si diletta a fare musica IDM. IDM sta per Intelligent Dance Music e anche se non mi posso considerare un drago in fatto di IDM mi piace pensare che più o meno tutti una volta ci abbiamo avuto a che fare, magari quando l’amico nerd ci ha fatto sentire (sogghignando internamente) un disco di Autechre o Aphex Twin. Brothomstates non avrà sicuramente la fama e il fascino mainstream di questi ultimi due, ma sicuramente ci sa fare tanto che la Warp si è accorta di lui e lo ha scritturato. Mica roba da poco. Claro non è il suo ultimo disco, ma sicuramente è il più bello, il più complesso e il più affascinante. È pieno di ritmi downtempo, di atmosfere ambient, è un disco figlio del suo luogo di provenienza insomma e merita ben più di qualche ascolto da parte di amanti del genere o di topi da discoteca, intesa come il luogo dove si conservano i dischi, non dove si balla e ci si prova con le ragazze.

I’MSONIC RAIN – I’MSONIC RAIN

Ci sono due cose che faccio spesso e volentieri: navigare tra le decine di fornitissimi “mp3 blog” che si trovano in rete e andare a vedere più concerti che posso. E se ciò è indicativo del perchè, come direbbe mia madre, non ho ancora uno straccio fidanzata, d’altro canto mi permette di essere sempre più o meno aggiornato su quanto c’è di interessante da ascoltare e poi anche da vedere dal vivo. Capita poi che mi metta a scaricare, completamente a caso, l’album omonimo degli I’msonic Rain e, cercando informazioni su di loro, vengo a scoprire che abitano a un’ora di macchina da casa mia. E allora mi mangio i capelli per non averli mai visti dal vivo perchè questo piccolo disco autoprodotto è veramente un gioiellino DIY. E qundo dico gioiellino non esagero! Le ambientazioni sono le classiche del post-rock sperimentale quindi feedback, suoni lunghissimi, e-bow, saliscendi tortuosi, batterie piene di ambiente, il rumore della pioggia che sembra uscire dalle casse dello stereo. Il classico disco che se uno avesse la fidanzata, come sottofondo funzionerebbe alla grande, insomma!

MOVUS – MOVUS

Appena ho visto la copertina di Movus non ho resistito. Era troppo bella e non riuscivo a staccarci gli occhi di dosso. Chissenefrega se il nome Movus non mi dice niente! Scopro così che in Messico, a Guadalajara c’è questa band che suona post-rock à la maniera dei Mogwai, per intendersi. E insomma, da una band messicana ti aspetti tutto fuorchè le atmosfere crepuscolari, le chitarre con i riverberi lunghissimi e la batteria che sale e scende di dinamica che sei sempre lì attento perchè potrebbe succedere qualcosa da un momento all’altro. Cioè, d’accordo il non avere pregiudizi ma io una band del genere la identificherei in quattro o cinque ragazzi scozzesi, o finlandesi o del Massachusetts. Ecco fatto questo outing sulla mia ristrettezza mentale, non posso non crogiolarmi ad ascoltare Movus, per tutta l’ora di durata, con gli occhi chiusi e pensare che prima o poi le band post-rock conquisteranno il mondo e tutto sarà più bello e le radio passeranno singoli di quindici minuti senza nessun cantato e Vincenzo Mollica intervisterà i Cult Of Luna dopo il telegiornale e a Sanremo vinceranno i Giardini Di Mirò…

VON SPAR – VON SPAR

Questo è un disco che potrebbe essere tranquillamente uno dei dischi più belli di tutto l’anno. È quel tipo di album altamente derivativo, dove se uno si mette lì con un po’ di attenzione, una matita e un bloc notes esce con una lista di gruppi che vi ha riconosciuto che non finisce più. È anche il classico disco da non consigliare a chi la musica la consuma e non la ascolta, a chi non ha la pazienza di ascoltare e riascoltare alla ricerca di nuovi livelli di lettura. È un disco nel quale io ci ho sentito i Sunn 0))), i Godflesh, i Neurosis, gli Einsturzende Neubauten, il kraut-rock ma a tratti si trovano delle influenze acid-jazz o addirittura tribali. La classica cosa da lasciarmi stordito per tutta la giornata e pure per quella seguente e per quella dopo ancora. Von Spar è diviso in due parti, i due lati del vinile, ovviamente, una di ventidue minuti e una di quasi diciotto. Un’impresa difficilissima senza un adeguato allenamento, ma magari dopo essersi fatti l’orecchio con gli altri dischi recensiti in questo numero la salita diventa meno aspra.

 

 

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ALCEST – SOUVENIRS D’UN AUTRE MONDE (PROPHECY PRODUCTIONS)

Ascoltare Souvenirs D’Un Autre Monde è come chiedere ad un bambino di tre anni di disegnare il mondo, o di rappresentare un sogno. Allora il bambino prenderà i pastelli, l’album da disegno ed inizierà a riempire il foglio di colori, raggi di sole, creature inventate lì per lì, figure allo stesso tempo armoniose e inquietanti. Trasposizioni oniriche della realtà che percepisce, comunque. Questo disco è fatto seguendo lo stesso principio. Neige, l’identità che si cela dietro al progetto Alcest è proprio come un bambino che gioca coi suoni, con i rumori, con i ricordi dei dischi black metal che ascoltava anni addietro e con le sensazioni che gli regalano i luoghi in cui vive. Souvenirs D’Un Autre Monde è tutto un susseguirsi di chitarre acustiche, distorsioni shoegaze, batterie vanagloriose, voci suadenti e melodie delicate. È un piccolo mondo moderno fatto di note che quando lo ascolti te lo vedi davanti il bambinetto che ti sventola il foglio, orgoglioso della sua opera. E subito i grandi se lo passano di mano in mano, analizzano, tentano di estrapolare quando alla fine basterebbe solo lasciarsi trasportare e tutto sarebbe chiarissimo.

STONES FROM THE SKY – NEUROSOUND COMPILATION VOL. 1

Succede raramente, ma quando succede è bellissimo. Succede di scovare nel sottobosco musicale italiano delle perle bellissime. Succede che dei ragazzi che gestiscono un forum si diano da fare e pubblichino una compilation che raccoglie tutti i migliori gruppi post-rock, post-core, post-tantealtrecose italiani. Basta andare su http://neuroprison.blogspot.com per poter scaricare gratuitamente i due dischi, X e Y che compongono questa raccolta. Oltre, ovviamente all’artwork in formato pdf. Gruppi ben noti agli amanti delle sonorità cupe, come Vanessa Van Basten, One Starving Day e Lento, si mescolano ad altri astri nascenti come Last Minute To Jaffna, Orbe e soprattutto Three Steps To The Ocean. Un tuffo nell’oscuro, un’immersione attraverso fondali tenebrosi e pesanti, per riportare alla luce alcuni dei più bei tesori italiani, autori di un genere difficile quanto affascinante. Per tutti gli amanti di Neurosis, Isis, Cult Of Luna e Today Is The Day sarà cosa dolce e piacevole scoprire di avere vicino a casa una “scena” così qualitativamente e quantitativamente pregevole.

WU-TANG CLAN – 8 DIAGRAMS (WU MUSIC/MOTOWN)

Quando dollari, fama e tragedia ti travolgono poi non è difficile riuscire a essere graffianti come prima. Se sei il Wu-Tang Clan però non è affatto impossibile licenziare uno dei migliori dischi hip-hop degli ultimi anni. In sei anni ne sono cambiate di cose. Più o meno tutti i membri del Clan si sono costruiti una solida carriera solista, chi con fortuna chi meno. ODB non c’è più e il fatto che 8 Diagrams sia il primo disco dopo la sua scomparsa carica di significati extra-musicali un lavoro di RZA, di Method Man e del resto della combriccola. Brilla su tutti Ghostface Killah mentre il lavoro degli altri procede a stento, costellato di campioni di chitarre buttati qua e là. Campioni di chitarre di John Frusciante, tra l’altro, forse troppo preso dal lavoro con il Wu-Tang Clan per riuscire a scrivere uno straccio di canzone decente con il suo gruppo. Ma questo è un altro discorso. Le liti e i i problemi in fase di produzione si sentono tutti nell’andamento altalenante del disco ma nonostante ciò questo è un album che può concersi il lusso di guardare dall’alto quasi tutto ciò che di hip-hop si vede e si sente in TV.

SEAWORTY – MAP IN HAND (12K)

Quanto mi piacerebbe possedere una delle prime copie di Map In Hand! La prima tiratura fu di 128 copie, numerate a mano e serigrafate singolarmente una diversa dall’altra. Oltre che per il packaging, quest’album spacca anche per i contenuti. Allo stato attuale è uno tra i miei dischi ambient preferiti. È così etereo, così placido. È composto per la maggior parte di drone, feedback e di field recording. Successivamente ne uscirono altre versioni, fino all’ultima, quella che sto ascoltando. Quella più scarna, quella dove domina l’ambiente, dove domina l’arte di andare in giro con il registratore portatile e catturare il suono del momento di quel dato luogo e inbrigliarlo in una struttura fatta di chitarre e synth. Ecco, descritto così potrebbe sembrare un po’ come quelle figurine rarissime, di quando da piccoli si faceva la raccolta dei calciatori panini. Un tesoro inestimabile per chi la trova ma della stessa utilità Quando trovi Map In Hand e lo ascolti sei felicissimo, ma un po’ triste perchè sai che non frega niente a nessuno.

Questo articolo, che occuperà per il mese di dicembre lo spazio solitamente dedicato al “Disco del mese”, è dedicato a tutti coloro che ritengono che il lavoro del recensore, nel duemilasette, sia come il lavoro del commercialista di Berlusconi, cioè una farsa.
Dico questo, con una punta d’ironia, perchè credo che parlare di dischi al giorno d’oggi sia difficile e molte volte più che passione si tratta di una qualche forma di masochismo. Si, intendo proprio dire che la stragrande maggioranza dei dischi che escono al giorno d’oggi fa schifo. Letteralmente schifo.
È colpa dell’Industria Musicale e del suo indotto aka le tv musicali, le riviste musicali e praticamente ogni cosa che rientri nel giro del music business se ogni giorno abbiamo una “next big thing”. Prendiamo i Klaxons. I Klaxons sono un gruppo di imbecilli che dal vivo non sanno suonare le cose che hanno registrato o scritto (o che qualcuno ha fatto per loro) e che da un anno circa sono in vetta alle classifiche inglesi, ci martellano su MTV. Com’è possibile? La critica si divide tra detrattori ed adoratori. I ragazzini iniziano a vestirsi con delle improponibili magliette fluorescenti e centinaia di band-cloni spuntano all’orizzone come i tripodi de “La guerra dei mondi”. I video diventano tutti uguali.
Sta accadendo alla musica ciò che è accaduto alla televisione italiana diversi anni fa. Svuotata di contenuti è divenuta un sottofondo per le massaie e un rimbambitore per gli adolescenti.
Ecco perchè a dicembre ho deciso di fare il mio personalissimo sciopero del “Disco del mese”. E avrei potuto farlo anche per molti dei mesi precedenti. In realtà i bei dischi escono ancora. Eccome se escono! Solo che la maggior parte della gente non lo sa. Chi ha un minimo di cognizione di causa saprà che in Italia ci sono i Settlefish piuttosto che Le Luci Della Centrale Elettrica. Per tutti gli altri il gruppo dell’anno saranno i miei quasi compaesani Lost, pop-emo band che galoppa sull’onda lunga dei Finley: grotteschi come la copia di Venezia che sta a Las Vegas.
Ora non vorrei che questo ragionamento venisse scambiato per snobismo o per una sorta di “si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio”, anzi. Ben venga il digitale che permette a tutti di registrare un album a prezzi contenuti. Ben vengano i myspace che permettono alle band di promuoversi e organizzarsi i concerti. Il problema è il senso del limite che si sposta sempre un po’ più in là del dovuto. Si bada alla forma più che al contenuto. Siamo partiti dai Take That e dalle Britney Spears, e forse ben prima, per finire a scimmiottare generi e sottoculture della musica rock che prima ci appartenevano ed ora di punto in bianco le vediamo banalizzate e infiocchettate accanto a veline sculettanti. Permettete che mi girino i maroni.
La cura a questo cancro musicale esiste e si chiama “Darwinismo musicale”. Una teoria dell’evoluzione al contrario. Se ti sei bellamente rotto i coglioni delle band di incapaci che popolano i palchi della tua città e infestano i tuoi profili myspace, non andare ai loro concerti, non fare l’ipocrita e far loro i complimenti, non comperare i loro dischi e le loro magliette. Non andare a sentire quel sensazionale quanto mai-sentito-prima gruppo che sta infiammando da due settimane tutti i locali più in di Londra e del quale non sentirai mai più parlare in futuro. Non credere a chi ti parla di “nuovo rinascimento musicale”. Chiudi il rubinetto monetario alle case discografiche e tutto questo in un battibaleno finirà. Buon duemilaotto a tutti, anche a quelli che ho poc’anzi coperto di insulti.

HARAM – DRESCHER (LOVITT RECORDS)

Gli Haram sono un gruppo prog/rock/punk/chi-più-ne-ha-più-ne-metta formato da ex membri di City Of Caterpillar, Pg. 99 e Malady. Se poi ci aggiungete che il loro precendete album omonimo era a dir poco una bomba allora l’acquisto/download di Drescher è caldamente consigliato. Chitarre a tutto spiano, batteria della madonna e una voce che ti urla in faccia con rabbia ma non solo. Perchè gli Haram sanno alternare momenti di rabbia pura a toni più pacati, più riflessivi, alle volte un filino psichedelici. Un po’ come facevano i Fugazi o come fanno i These Arms Are Snakes. Un sacco di nomi da appuntare e da ascoltare, band imprescindibili secondo me. Un sacco di band che negli Stati Uniti sono dei piccoli fenomeni di culto e che qui in Europa sono ascoltate troppo poco e da troppo pochi. Ora, noto due cose da quanto scritto: che è una recensione in apparenza superficiale e che parlo solo di band che a mio avviso meritano. Il primo fatto è perchè non è facile parlare di una band come gli Haram, sconosciuta ai più senza dare le giuste coordinate per invogliarvi ad ascoltarli. Il secondo non è perchè percepisco tangenti dalle case discografiche ma perchè presumo sia meglio parlare del poco di buono piuttosto che sparare a zero nel mucchio!

SAUL WILLIAMS – THE INEVITABLE RISE AND LIBERATION OF NIGGY TARDUST

Fare o non fare la recensione dell’ultimo disco di Saul Williams? Farla! Anche a costo di sembrare il solito fanboy adorante. The Inevitable Rise And Liberation Of Niggy Tardust infatti è un gran bel disco, prodotto dal solito Trent Reznor che si è occupato di scrivere le musiche per l’amico Saul, poeta e cantante di origini afroamericane. È praticamente Year Zero solo che con un nero che canta, e canta pure molto bene. Ci senti l’orgoglio di appartenere alla comunità nera lì dentro, delle sue tradizioni che però si mescolano con l’elettronica industrial in un’accoppiata abbastanza inusuale. Ma che suona in modo devastante in alcuni passaggi. Come quando Saul Williams si abbandona ad un rap facendosi pure da base, modello beat-box parlante. Poi il beat scuro e ultra-low subentra a dar man forte e si salvi chi può! O come su Sunday Bloody Sunday: sì, proprio quella degli U2! Tirata a lucido per l’occasione suona veramente fresca e potente! Nota a parte per la distribuzione del disco, in stile Radiohead: direttamente dal sito di Saul, gratis la versione mp3 in alta qualità, cinque dollari per quella in FLAC enrambe con artwork in pdf di ben trentatre pagine. Un tentativo fatelo!

SIGUR ROS – HVARF/HEIM (EMI)

Di solito quando si viene a sapere che una band pubblica, assieme ad un Dvd, anche un doppio Cd tutti noi si grida all’operazione commerciale, al bieco lucrare sui risparmi di noi giovani fan. Per i Sigur Ros il discorso è sempre leggermente diverso. Si tratta infatti di un Cd contenente sei brani inediti e un altro contenente delle versioni unplugged-orchestrali di alcuni vecchi brani già presenti in altri album. Beh, i due cd sono uno più bello dell’altro. Nel primo troviamo dei brani che, creando una continuità con Takk, giocano sui suoni e sulle atmosfere, creando dei paesaggi sonori che ti fanno partire in un viaggio onirico attraverso terre ghiacciate, geyser e orizzonti sterminati. Nel secondo disco le atmosfere cambiano, ma non di molto. Gli accenti si spostano sugli strumenti acustici, sugli archi degli Amiina, sui pianoforti. Le canzoni non vengono stravolte, vengono semplicemente spogliate e leggermente rivestite di seta. Vengono trasformate in canzoni da camera da letto (non siate maliziosi, su!, nda), in sottofondi meravigliosi e delicati.

RADIO RIOT RIGHT NOW – HURTS

Potrei raccontarvi tante cose dei Radio Riot Right Now. Potrei parlarvi di com’è un loro concerto, di com’è far due chiacchiere con loro, o ancora di com’è ascoltare i Breach e i Refused al liceo e rimanere folgorati, ad esempio. Vi dirò invece che hanno da poco pubblicato, anzi, hanno da poco messo in download gratuito sul loro sito, Hurts, il loro primo vero album. Vi dirò che Hurts suona meravigliosamente pesante, fastidioso, cupo e angosciante. Vi dirò che è esattamente ciò che vorreste sentire in una di quelle giornate del cazzo in cui dovete sfogare tutto, perchè appena lo farete partire, per quaratatre minuti, non riuscirete più a stare fermi. Hurts suona esattamente come un loro live. Veloce, rabbioso, con le chitarre che fanno i salti mortali e passano da destra a sinistra, la batteria potentissima, la voce che ti prende dentro e ti fa urlare. I pezzi scorrono e non ne trovi uno di ripetitivo o di noioso e stai li incollato, concentrato, quasi rapito da quella sucessioni di semitoni e dissonanze, growl e distorsioni. Un unico grande rammarico: l’assenza dei testi dal file dell’album.

BABYSHAMBLES – SHOTTER’S NATION (PARLOPHONE)

Diciamolo chiaramente. Down In Albion era da considerarsi un bel disco solamente perchè al suo interno c’era quel gran pezzo che è Fuck Forever. Per il resto eravamo sul mediocre e sul già sentito altrove e in tempi non sospetti. Shotter’s Nation è un bel disco, nulla di eccezionale, chiariamoci, ma dato che si tratta di una delle band più chiacchierate degli ultimi anni mi sembrava doveroso dirlo, che non di solo hype si vive, ma anche di belle canzoni, se si vuol campare e soprattutto permettersi anche qualche costoso vizietto. Fondamentalmente questa cosa che dei Babyshambles si parli più sui tabloid che sulle riviste musicali, anche se spesso le due tipologie tendono a convergere, mi da un fastidio della madonna. D’accordo, è facile fare notizia con il musicista tossico che sta con la modella tossica, vedi Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo, ma per piacere, lasciatelo in pace. Se invece parlassimo del Doherty musicista potremmo dire che in Shotter’s Nation ci sono dei testi che sono delle rasoiate, diretti e onesti e che questa volta l’intero album è di un livello molto buono. Canzoni catchy e ben costruite per un album intenso e ben costruito. Tutto qui.

Voto: 6/10

DISCO DRIVE – THINGS TO DO TODAY (UNHIP RECORDS)

Dicono che dal vivo i Disco Drive siano delle bombe atomiche, che si scambino gli strumenti l’un con l’altro, che il pubblico non riesca a rimanere fermo un solo istante durante i pezzi, che i tre musicisti vengano “colti come per incantamento” e che si trasformino in dei licantropi del pop-rock.
Ecco tutto questo io non l’ho mai visto accadere, per il semplice motivo che ad un loro concerto non sono mai stato, ma spero di colmare ben presto questa mia lacuna. Perché dopo qualche ascolto di Things To Do Today, la voglia di vederli sopra un palco è tanta. Vorrei vedere se anche dal vivo iniziano It’s A Long Way To The Top con quella ritmica fatta coi sospiri, se veramente il basso e la batteria stanno sempre incollati, se i suoni che escono dalle casse sono proprio così grezzi, cattivi, taglienti. I Disco Drive osano, mescolano, sudano, intrecciano voci e melodie e il risultato alla fine è che quando togli le cuffie dalle orecchie senti proprio com’è il silenzio perché per i quaranta minuti precedenti vieni bombardato da chitarre saturate, feedback, synth, campanacci, bottiglie di vetro e chi più ne ha più ne metta. Bomba!

Voto: 7/10

JIMMY EAT WORLD – CHASE THIS LIGHT (DREAMWORKS RECORDS)

All’inizio ero esaltato da questo disco. Poi mi sono ricordato che i Jimmy Eat World che mi piacciono sono quelli di Clarity e di Bleed American e ho iniziato a ragionare. Chase This Light non è un brutto disco, sia chiaro. È semplicemente insignificante. Non mancano i pezzi che ti ricordi e fischietti quando stai facendo qualcos’altro, le melodie sono sempre quelle loro, la testa ogni tanto inizia a scuotersi su e giù, però è troppo prodotto, troppo simile a mille altri dischi che escono ogni giorno da parte di band emo-core. I JEW anziché seguire la corrente avrebbero dovuto fare come sempre, belle canzoni, bei suoni, belle melodie. Tutto lì. Qui invece siamo pieni di suoni pompatissimi, di voci effettate che non la smettono mai di cantare anche quando la canzone vorrebbe un momento di respiro. Il cambiamento di rotta lo si era intuito in Futures, si era aggravato nell’EP Stay On My Side Tonight e qui si è completato. Siamo passati dallo smielato con gusto allo smielato tamarro e per me questo è veramente troppo. Però se avete il ciuffo lungo e i capelli tinti di nero (se si usa ancora agghindarsi a quel modo) questo disco vi piacerà.

Voto: 5/10

SETTLEFISH – OH DEAR! (UNHIP RECORDS)

Dire che Oh Dear! sia il disco italiano del mese è senz’altro riduttivo, anche perché non fregherebbe a nessuno. Sicuramente il nuovo album dei Settlefish gode di un respiro internazionale che spesso manca ai dischi dei gruppi di casa nostra. Si sente che di strada ne hanno fatta tanta, sia musicalmente che in fatto di kilometraggio, in giro per l’Europa e il Nord America. Le influenze della scuola di Chicago (Cap’n Jazz e derivati) che permeavano gli album precedenti, qui lasciano un po’ il passo a dei nuovi orizzonti musicali, sicuramente molto più ampi. Si passa dagli Explosion In The Sky ai Modest Mouse, a mio avviso. La parte del leone come sempre la fanno la voce di Johnatan Clancy, riconoscibile tra mille e le chitarre che sono da bava alla bocca. Questo disco costituisce sicuramente un’evoluzione importante per i cinque bolognesi: elettronica e synth acquistano un ruolo molto più rilevante che in precedenza e pezzi come Summer Drops lo testimoniano alla perfezione. Alla bellezza di Oh Dear! aggiungete dei live tiratissimi dall’inizio alla fine e poi unite tutti i puntini. Ecco che otterrete una band per la quale bisogna lustrarsi bene gli occhi e le orecchie.

Voto: 8/10

BLAQK AUDIO – CEXCELLS (INTERSCOPE RECORDS)

Certo, ammetto che fa strano sentire Davey Havok cantare su delle basi che si potrebbero sentire benissimo all’autoscontro della sagra di paese, però con un po’ di sorpresa mi scopro ad ammettere che il risultato non è affatto male. Sicuramente meglio dell’ultimo indecente album degli AFI, la band californiana dalla quale Havok e il chitarrista Jade Puget provengono. Già negli ultimi due lavori degli AFI si notavano delle prime timide sperimentazioni elettroniche e, con il side project Blakq Audio i due ci han dato dentro. Atmosfere che vagano tra l’industrial à la Nine Inch Nails e gli ultimi Depeche Mode, quelli più danzerecci, con delle parti di Euro-disco molto anni ’90, cioè molto tamarre. E qui iniziano i problemi. Mi scopro ad apprezzarle certe tamarrate! Quelle casse secchissime, quei synth finti, quelle rullate che neanche in un pezzo di Corona (la cantante, non il galeotto, nda). CexCells non sarà il disco dell’anno e forse nemmeno del mese ma è una produzione curiosa che incuriosirà senz’altro i fans degli AFI (i pochi rimasti) e farà loro capire a cosa stavano pensando Davey e Jade mentre registravano Decemberunderground!

Voto: 6/10

FOO FIGHTERS – ECHOES, SILENCE, PATIENCE AND GRACE (ROSEWLL/RCA)

I Foo Fighters mi hanno abituato ad un livello qualitativo talmente alto che quando fanno un disco forse un po’ sotto le mie aspettative sento dire da tutti che è un capolavoro! Mi spiego meglio: i suoni sono da brividi, le canzoni funzionano, la voce di Dave Grohl è ai massimi storici. Però mi pare manchi un po’ di quella sana cattiveria, di quella voglia di urlare contro tutto e tutti che anche a più di quarant’anni sembrava non abbandonare mai il nostro eroe. Ci sono un sacco di chitarre acustiche, un’ospitata di Miss Kaki King, la sacerdotessa del tapping furioso, una canzone dedicata ai minatori di Beaconsfield che, intrappolati nella miniera decine di metri sotto terra se la facevano passare ascoltando i Foos. Nonostante tutto non riesco a godermelo come mi son goduto altri loro album. – Cazzi tuoi! – direte voi. Giustamente, il problema non sono certo i Foo Fighters, ma il sottoscritto, rimasto spiazzato da questo rockettone grosso e potente, da tutte queste ballatone che da uno che ha fatto il diavolo in un film dei Tenacious D non ti aspetti. Sembra un disco dei Pearl Jam. E non è un complimento.

Voto: 6,5/10

MY AWESOME MIXTAPE – MY LONELY AND SAD WATERLOO (I DISCHI DE L’AMICO IMMAGINARIO/MY HONEY RECORDS)

La prima (e per ora unica) volta che incontrai Paolo Torreggiani, il deus ex machina dietro ai MAM, stava scendendo dalla sua macchina e pensai tra me e me: “Perdio! Ho ingaggiato un gruppo pop e mi sono arrivati i Mars Volta! Mitico!”. Una volta tornato coi piedi per terra scoprii che Paolo e Omar Rodriguez Lopez hanno in comune solo gli occhiali e la chioma riccioluta. “Noi facciamo pop per ragazzine” mi disse. Non proprio roba da Mars Volta. Il pop per ragazzine però è fatto tremendamente bene. Ci sono le batterie plasticose, le chitarrine giuste, la voce molto nasale, i cori che ti prendono, la cassa che batte. “My Lonely And Sad Waterloo” è comunque un album dal mood molto triste, profondo, sentito, costruito attorno al significato della sconfitta, analizzata nei suoi molteplici aspetti. È un album adolescenziale, fatto da chi nell’adolescenza ancora ci sguazza e quindi con un’onestà e freschezza che non è molto facile trovare in giro, di questi tempi. Un disco da avere, una band da seguire, senza alcun dubbio!

Voto: 7/10

PLASTISCINES – LP1 (VIRGIN RECORDS)

Esperimento: quante volte riuscirà il nostro giovane recensore a parlare dell’aspetto fisico di queste quattro avvenentissimissime fanciulle parigine piuttosto che parlare del loro cd, LP1? Le Plastiscines, come già detto sono delle notevolissime ragazze francesi che suonano una sorta di garage-pop molto poco garage, con testi allegri, ironici e divertenti. Cantano un po’ in inglese e un po’ in francese, per non farsi mancare nulla e sono da ritenersi il peggior colpo basso che una major possa fare a noi maschietti che ascoltiamo il rock’n roll! Le canzoni sono tutte molto orecchiabili, con un sacco di coretti botta-e-risposta, le chitarre grezze per finta e la batteria minimale che fa il suo dovere. Insomma, non proprio il gruppo ideale per un metallaro ma credo che nemmeno i fans di Nikki and the Corvettes apprezzeranno questo ennesimo tentativo da parte di una multinazionale dei dischi di prendere e infiochettare per bene quattro stupende ragazze e venderle come il fenomeno rock’n roll del momento. Ecco, ho finito la recensione, ho dato contro alle major e son riuscito a recensire quattro ciccine citando solamente quattro volte il fatto che sono ciccine. Cinque. Meno lucidalabbra e più contenuti, please!

Voto: 4,5/10

 

 

 

CALLISTO – NOIR (FULLSTEAM RECORDS)

È uscito qualche tempo fa, Noir, ultimo disco dei finlandesi Callisto, ma non importa, perchè questo disco è fottutamente bello. Perchè dagli Arctic Monkeys tutti si aspettano un super disco, ma da cinque sconosciuti di Helsinki nessuno si aspetta niente. Invece Noir è il disco perfetto quando si sta male e si vorrebbe che tutto finisse, ma anche quando si sta bene e si vorrebbe che qualcosa sbocciasse. È perfetto per andare in spiaggia, per stare incolonnati in macchina, per fare la spesa, per girare in bici per le stradine di campagna, per imboscarsi con la fidanzata di notte, per imboscarsi con la fidanzata di giorno, per fare headbanging, per fare gli scherzi alle vecchine al supermercato, per fumarsi una sigaretta sfogliando una rivista, per mandare affanculo qualcuno, per sognare paesaggi che qui ci scordiamo, per imprecare quando hai mal di denti, per i lunghi viaggi ma anche per i brevi spostamenti, per quando piove, per quando la mattina non si ha un cazzo di voglia di fare, per quando la sera non si ha sonno, per quando stai studiando, per i fans dei Neurosis e dei Sigur Ros, per i tipi estroversi e per quelli più timidi.

Voto: 9/10

LIARS – LIARS (MUTE)
E chi sono i Liars? Forse se lo sono chiesti anche loro stessi dopo aver riascoltato l’omonimo album. Già, perchè un ascoltatore medio (come il sottoscritto) dopo la prima canzone potrebbe credere di aver confuso i cd e che dentro la custodia dei Liars sia finito un disco di Iggy and the Stooges. Alla seconda traccia lo stesso dubbio. Però qui ci si potebbe confondere con zio Beck. Se la cosa normalmente mi indurrebbe ad estrarre il suddetto cd e ad usarlo come sottobicchiere in qualche serata estiva con gli amici, in questo caso devo far un’eccezione. Liars appare come un collage di influenze, dai già citati Iggy e Beck a gente come Radiohead e Mercury Rev. Canzoni che ricreano atmosfere crepuscolari ed oscure alle quali si alternano sfuriate rock’n roll del tipo cassa-dritta-e-pedalare. Già dopo la quinta canzone decido che mi piace. E non importa se con lo scorrere delle tracce si nota la tendenza a ritornare verso quei territori più punk-funk che tanta fortuna hanno regalato ai bugiardi. Non importa se dopo qualche ascolto ulteriore questo disco mi avrà stancato e finirà per fungere da portatovaglioli. Al momento ho deciso che mi piace!

Voto: 6,5/10

PINBACK – AUTUMN OF THE SERAPHS (TOUCH AND GO RECORDS)
Dopo tre dischi, due EP e un LP di grandissimo livello, che li hanno resi band di culto negli Stati Uniti e in parte anche qui in Europa, l’undici settembre uscirà Autum Of The Seraphs, ultima fatica del duo di San Diego. Non è un caso che i Pinback abbiano usato la parola “autunno” già nel titolo. Questo disco è infatti una colonna sonora ideale per guardare gli alberi colorarsi di mille tonalità e lasciar cadere le foglie a terra. Rispetto al precedente album, “Summer In Abbadon”, questo è un progetto molto più ampio, per la gamma di suoni e per la varietà dei pezzi, per le dinamiche e per la maturità di aver infilato undici potenziali devastanti singoli senza mai doversi abbassare a trucchetti da mainstream. Il tutto mescolato ad un’attitudine più tirata e un’abbadono di quella vena destrutturalista che aveva invaso la produzione dei due californiani fino a qui. Ecco, dopo questa piccola accozzaglia di cavolate dette nel vano tentativo, del recensore, di darsi un tono da “rive gauche” che non c’entra una mazza ma ci sta sempre, uscite di casa, prendete l’ombrello e il cappotto e andate a comperarvi il nuovo dei Pinback che merita!

Voto: 7,5/10

SMASHING PUMPKINS – ZEITGEIST (WARNER)
Mai e poi mai mi sarei immaginato così, nel duemilaesette. Un ventiquattrenne baldo e di belle speranze che si accinge a recensire il nuovo disco della band che più di ogni altra ha segnato la sua adolescenza. Con il cuore in mano appresi dell’ennesimo colpo di testa del nostro eroe pelato, che memore di antiche gesta, annunciò al mondo intero che gli Smashing Pumpkins sarebbero tornati. – Apposto – penso io, – chissà come mi sfotteranno ora i miei amici!-. Ed eccomi qui, a parlare di questo disco interamente registrato da Corgan e Chamberlin, che dal vivo vengono affiancati dall’omino Playmobil e da una strappona beccata in qualche localaccio di LA.
Non che mi aspettassi molto, sinceramente. Ma nessuno sentiva il bisogno di questo ritorno. A maggior ragione se ti fai produrre dal produttore dei Darkness e infarcisci il disco di assoli tamarri e riffoni à la Motley Crue. C’è pure qualcosa di buono, se lo si ascolta bene. Molte canzoni sono la sintesi dei primi Pumpkins con i ritornelli degli Zwan, il che non sarebbe una cattiva idea. Gli anni 90 son finiti da un pezzo, del resto. Ma non è tanto un discorso di qualità, quanto di principio.

Voto: 4,5/10

The Rituals sono una di quelle band che in Italia è raro trovare. Il loro primo album, “The past twelwe months” è uno di quei dischi che in Italia è raro vengano prodotti. Aggressività e melodia in un disco da ascoltare tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima traccia. Figli (legittimi, a mio parere) di band come Dillinger Four, Kid Dynamite e Scared of Chaka, fanno delle chitarre armoniose e potenti , della sezione ritmica massiccia e soprattutto delle voci tirate fino al limite il loro biglietto da visita. Credo di non sbagliarmi affermando che, dopo qualche ascolto del disco e dopo averli visti sul palco, il nome di questa band farete fatica a dimenticarlo!

Q: Chi sono e da dove arrivano i The Rituals?

A: Riccardo (chitarra e voce), Nicolò (basso e voce) e Maruzzella (batteria), veniamo da Verona e abbiamo iniziato a suonare in questo gruppo circa 3 anni fa.

Come mai l’album si intitola “The past twelve month”? E’ una fotografia del vostro ultimo anno?

Esatto, tendenzialmente ricordiamo le cose positive di ciò che abbiamo vissuto in passato. Questo disco invece ha la volontà di ricordare nel tempo ciò che è risultato avvilente nel tempo.

Il suono dell’album è molto potente, molto curato ma allo stesso tempo sembra grezzo. Tutta farina del vostro sacco o merito dell’Hate Studio?

Di entrambi credo. Loro conoscono perfettamente i nostri gusti, ci sanno fare: abbiamo sviluppato il corpo del disco, la sua produzione, man mano che lo registravamo. Poi un giorno siamo andati in studio e Icio (fonico dell’Hate Studio – ndr), come accoglienza, ci ha presentato una bozza di mix del quarto pezzo. I nostri menti erano a terra, al livello delle suole delle nostre scarpe.

L’artwork è curato da Josh Cochran, un affermato artista statunitense. Come lo avete convinto a lavorare per voi? Cosa volevate esprimere con quei disegni che, a prima vista, sembrano poco legarsi con le sonorità dell’album?!

L’abbiamo contattato via email. C’è voluto un po’ per convincerlo a lavorare con noi e solo dopo aver sentito il disco ultimato ha deciso di prendersi cura dell’artwork. I toni pacati dei colori della copertina sono sintomatici del contrasto ricercato con l’aggressività delle canzoni.

Come molte persone sono colpito dai tuoi testi, Nicolò. Oltre che dal contenuto, sono sbalordito dalla forma. Come nasce questo tuo stile?

Ti ringrazio, fa piacere sapere che c’è gente che legge i testi, specialmente di un gruppo italiano sconosciuto! Credo che la qualità di un testo dipenda principalmente dalla necessità e dall’esigenza che un individuo ha di scriverlo: a prescindere dalla forma o dalla correttezza grammaticale, a mio avviso, un buon testo è caratterizzato dal suo contenuto.

Dopo aver girato tutto l’Est europeo e il Regno Unito penso siate pronti per la conquista degli USA. A quando il grande passo?

Un’etichetta americana ci ha contattati poco tempo fa. Ma credo di parlare a nome di tutti dicendo che “preferiamo non parlarne” poiché potrebbe non essere di buon auspicio. In parole povere “porta sfiga”.

Behind every sinner there’s a heart and a guilty hand/ behind every tear there’s hateful rigorous discipline.” Cos’avevi dentro quando hai scritto questi due versi?

Non te lo dico.

Ultima domanda. Mi sai dire un concerto e/o un disco che ti hanno cambiato la vita?

Nessun disco o concerto mi ha cambiato la vita però posso dirti uno o più dischi che non smetterò mai di ascoltare: “Versus god” dei Dillinger four, “Everynight fire works” degli Hey Mercedes, “Bricks and blackouts” dei Gaunt e probabilmente i Beatles anche se ho cominciato ad apprezzarli sul serio da molto poco.


Ai più il nome Cult of Luna dirà poco o niente. Per me invece sono uno dei pochi gruppi per cui vale la pena farsi 600 chilometri, tra andata e ritorno, in un anonimo giovedì di maggio. Giuro, la sensazione, dopo un’ora e mezza di concerto, era che il tempo si fosse fermato, o che fosse scappato troppo in fretta. Il tempo e lo spazio erano diventate dimensioni astratte, il suono aveva preso il sopravvento su tutto.

Il concerto inizia a sipario chiuso, con una melodia di pianoforte molto rarefatta. La tenda si apre su di un palco vuoto; tra le nuvole di fumo si vedono solo gli strumenti.

A poco a poco entrano i sei svedesi, attaccano con i feedback, sovrappongono chitarre, synth, delay, riverberi. L’intro sale lentamente e si collega alla bellissima “Waiting for you” (Tack, Giulia!). E poi in un nanosecondo è l’inferno. Attaccano Finland, dal loro ultimo album “Somewhere along the highway”. Un’onda sonora pazzesca che spettina prime file, retrovie, baristi e pure il cassiere all’ingresso. Scambio delle occhiate complici e furtive con i miei compagni di viaggio e l’unica cosa che ci riesce di fare è dipingerci in volto quel sorriso un po’ beota che ti viene quando vedi qualcosa talmente bello che ti sembra un miraggio.

A quel punto nessuno è più capace di trattenersi dal dondolare avanti e indietro la testa (si, erano tutti metallari lì dentro!), lasciarsi cullare da quei ritmi lenti ma ossessivi; batteria, basso, tre chitarre e synth creavano un impasto sonoro devastante ma allo stesso tempo raffininatissimo sopra il quale si inseriva la voce growl di Johannes Persson. Era impossibile non essere totalmente catturati dalle atmosfere dolcemente spettrali che provenivano dal palco, come quando sei talmente rapito dalla bellezza del fuoco che non riesci a trattenerti dal toccarlo.

 

L’attesa per il loro ritorno in Italia era grande e i Cult of Luna l’hanno ripagata con uno show che oserei definire monumentale, tale è stato lo spessore delle canzoni proposte e della presenza scenica della band. Il pubblico presente, abbastanza numeroso considerato il fatto che i Cult of Luna non fanno new-rave o emo-core ma hanno lo stesso i jeans attillati, la frangia e sono decisamente dei bei figliuoli, credo sia rimasto estasiato da un concerto così. Peccato che sia durato solo un’ora e mezza, che abitiamo in Italia e che quindi se ci va bene un loro prossimo concerto ce lo ribecchiamo tra cinque anni. A meno che il metal lento e pesantone non diventi la moda della prossima stagione.

 

del.icio.us

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