Loro avevano capito tutto.

Da qualche tempo la nuova droga si chiama “mp3 blog”. Comodi, velocissimi, gratuiti, ci si trovano solo file a bitrate altissimi e un sacco di rarità che sul mulo o su solsicche te le scordi.
È così, scartabellando in alcuni di questi blog, tra centinaia e centinaia di dischi messi online, che mi imbatto negli U.D.R., duo post-tutto braziliano formato da MC Carvão e dal Professor Aquaplay.
Inutile dire che questi due simpatici cazzoni brasiliani sono finiti su questo blog per questo, che potete scaricare gratuitamente da qui.
Inutile aggiungere che non sono quattro pezzi che vi cambieranno la vita ma di sicuro, una volta scoperti avranno reso meno inutile la vostra giornata. Anzi, finirà prima che vi accorgiate di aver premuto play. E resovi conto di questo, la vostra personale colonnina “buonumore” subirà un picco da far invidia al prezzo del petrolio.
Ah, il loro indirizzo su myspace è: www.myspace.com/udr666! Chupa isso, Jesus!

«Sarebbe giusto fargli capire come ci si comporta usando gli stessi metodi dei nazisti. Per ogni trevigiano a cui recano danno o disturbo, vengono puniti dieci extracomunitari».

Non sto qui a raccontarvi tutta la storia. Per quella basta leggere l’articolo, sopra linkato, della Tribuna di Treviso.
Al di là delle questioni pratiche, tipo: con che criterio sceglieranno i dieci extracomunitari da punire?
Ne prendono dieci a caso che stanno in prigione e gli impongono pene corporali?
Rastrellano qualche quartiere povero e chi capita capita, basta che sia un “foresto”?
Entrano in una fabbrica a caso nella zona industriale di Treviso e caricano in una camionetta i primi dieci clandestini sottopagati dai nostri imprenditori? Con che criterio stabiliscono quale extracomunitario è papabile di rastrellamento e quale no?
Un americano è extracomunitario; deve temere la frusta del partito leghista? E un cinese? O ci sono delle categorie di extracomunitari preferite per le punizioni?
Dicevo, al di là delle questioni pratiche, è possibile che nessuno dica niente della bestemmia pronunciata da quest’emerito imbecille? È possibile che nessuno si indigni, che nessun politico salti sù? Che non vengano chieste le sue dimissioni?

Credevo di vivere nell’Italia del 2007 e mi ritrovo a leggere un articolo che sarebbe potuto benissimo esser pubblicato nella Germania del 1937, tanta è la leggerezza con cui viene trattato l’argomento. Sembra normale amministrazione. L’extracomunitario ruba, non paga l’affitto, spaccia, stupra le nostre donne e noi per tutta risposta resuscitiamo baffino Hitler e i suoi metodi.
Se la storia è maestra di vita, mi chiedo, qualcuno la studia ancora? A Treviso la insegnano? Qualcuno si ricorda i rastrellamenti che i nazisti fecero anche qui, nel nord-est, per rispondere agli attacchi dei partigini? Mettevano in fila nelle vie dei paesini donne, bambini, anziani, ne prendevano tre per ogni nazista ucciso o ferito dai partigiani e gli sparavano alla nuca.
Nessuno si ricorda o ha studiato di quando eravamo noi italiani ad emigrare in cerca di lavoro, ed eravamo noi a stuprare le donne, ad ammazzare e a rubare, di quando eravamo noi i marocchini o gli albanesi o i rumeni? Di quando in Germania o negli Stati Uniti c’era il problema italiani come ora qui c’è la piaga rumeni?
Esistono paesi, in Europa, ad un paio di ore d’aereo, dove un politico si dimette per esser stato scoperto a non pagare il canone TV. Esistono paesi, come il nostro, nei quali un politico invoca metodi da SS per punire i cittadini stranieri e nessuno dice niente. Ognuno ha quel che si merita.

HARAM – DRESCHER (LOVITT RECORDS)

Gli Haram sono un gruppo prog/rock/punk/chi-più-ne-ha-più-ne-metta formato da ex membri di City Of Caterpillar, Pg. 99 e Malady. Se poi ci aggiungete che il loro precendete album omonimo era a dir poco una bomba allora l’acquisto/download di Drescher è caldamente consigliato. Chitarre a tutto spiano, batteria della madonna e una voce che ti urla in faccia con rabbia ma non solo. Perchè gli Haram sanno alternare momenti di rabbia pura a toni più pacati, più riflessivi, alle volte un filino psichedelici. Un po’ come facevano i Fugazi o come fanno i These Arms Are Snakes. Un sacco di nomi da appuntare e da ascoltare, band imprescindibili secondo me. Un sacco di band che negli Stati Uniti sono dei piccoli fenomeni di culto e che qui in Europa sono ascoltate troppo poco e da troppo pochi. Ora, noto due cose da quanto scritto: che è una recensione in apparenza superficiale e che parlo solo di band che a mio avviso meritano. Il primo fatto è perchè non è facile parlare di una band come gli Haram, sconosciuta ai più senza dare le giuste coordinate per invogliarvi ad ascoltarli. Il secondo non è perchè percepisco tangenti dalle case discografiche ma perchè presumo sia meglio parlare del poco di buono piuttosto che sparare a zero nel mucchio!

SAUL WILLIAMS – THE INEVITABLE RISE AND LIBERATION OF NIGGY TARDUST

Fare o non fare la recensione dell’ultimo disco di Saul Williams? Farla! Anche a costo di sembrare il solito fanboy adorante. The Inevitable Rise And Liberation Of Niggy Tardust infatti è un gran bel disco, prodotto dal solito Trent Reznor che si è occupato di scrivere le musiche per l’amico Saul, poeta e cantante di origini afroamericane. È praticamente Year Zero solo che con un nero che canta, e canta pure molto bene. Ci senti l’orgoglio di appartenere alla comunità nera lì dentro, delle sue tradizioni che però si mescolano con l’elettronica industrial in un’accoppiata abbastanza inusuale. Ma che suona in modo devastante in alcuni passaggi. Come quando Saul Williams si abbandona ad un rap facendosi pure da base, modello beat-box parlante. Poi il beat scuro e ultra-low subentra a dar man forte e si salvi chi può! O come su Sunday Bloody Sunday: sì, proprio quella degli U2! Tirata a lucido per l’occasione suona veramente fresca e potente! Nota a parte per la distribuzione del disco, in stile Radiohead: direttamente dal sito di Saul, gratis la versione mp3 in alta qualità, cinque dollari per quella in FLAC enrambe con artwork in pdf di ben trentatre pagine. Un tentativo fatelo!

SIGUR ROS – HVARF/HEIM (EMI)

Di solito quando si viene a sapere che una band pubblica, assieme ad un Dvd, anche un doppio Cd tutti noi si grida all’operazione commerciale, al bieco lucrare sui risparmi di noi giovani fan. Per i Sigur Ros il discorso è sempre leggermente diverso. Si tratta infatti di un Cd contenente sei brani inediti e un altro contenente delle versioni unplugged-orchestrali di alcuni vecchi brani già presenti in altri album. Beh, i due cd sono uno più bello dell’altro. Nel primo troviamo dei brani che, creando una continuità con Takk, giocano sui suoni e sulle atmosfere, creando dei paesaggi sonori che ti fanno partire in un viaggio onirico attraverso terre ghiacciate, geyser e orizzonti sterminati. Nel secondo disco le atmosfere cambiano, ma non di molto. Gli accenti si spostano sugli strumenti acustici, sugli archi degli Amiina, sui pianoforti. Le canzoni non vengono stravolte, vengono semplicemente spogliate e leggermente rivestite di seta. Vengono trasformate in canzoni da camera da letto (non siate maliziosi, su!, nda), in sottofondi meravigliosi e delicati.

RADIO RIOT RIGHT NOW – HURTS

Potrei raccontarvi tante cose dei Radio Riot Right Now. Potrei parlarvi di com’è un loro concerto, di com’è far due chiacchiere con loro, o ancora di com’è ascoltare i Breach e i Refused al liceo e rimanere folgorati, ad esempio. Vi dirò invece che hanno da poco pubblicato, anzi, hanno da poco messo in download gratuito sul loro sito, Hurts, il loro primo vero album. Vi dirò che Hurts suona meravigliosamente pesante, fastidioso, cupo e angosciante. Vi dirò che è esattamente ciò che vorreste sentire in una di quelle giornate del cazzo in cui dovete sfogare tutto, perchè appena lo farete partire, per quaratatre minuti, non riuscirete più a stare fermi. Hurts suona esattamente come un loro live. Veloce, rabbioso, con le chitarre che fanno i salti mortali e passano da destra a sinistra, la batteria potentissima, la voce che ti prende dentro e ti fa urlare. I pezzi scorrono e non ne trovi uno di ripetitivo o di noioso e stai li incollato, concentrato, quasi rapito da quella sucessioni di semitoni e dissonanze, growl e distorsioni. Un unico grande rammarico: l’assenza dei testi dal file dell’album.

Chiedo perdono ai miei pochi ma affezionati lettori per il continuo cambio di layout. Saranno le giornate che si accorciano, la tesi che dall’altro lato della scrivania mi guarda come un cagnolino bastonato, la pila di libri da leggere, i concerti da organizzare e tra qualche tempo da “procacciare” ,ma non trovo pace.
Del resto ero affezionato al precedente template, quello verdino, con l’alberello. Però lo sentivo poco mio. Con questo è lo stesso. Appena tempo e andamento delle borse mondiali lo permetterano credo upgraderò il mio account qui su wordpress e mi metterò in cerca di un programmatore di css che farò lavorare giorno e notte, giù nello scantinato, fino al raggiungimento del risultato che più mi aggraderà. O in alternativa farò da me, previa consultazione di qualche manuale.

In principio era Myspace. Tutti a farsi il profilo nel più grande Social Network esistente. Chi non ne ha avuto uno scagli la prima pietra, please.
Etichettato come: utile se hai qualcosa da proporre o da vendere. Tremendamente inutile in tutti gli altri casi. Conosco gente che grazie a Myspace scopa un casino ma tant’è.

Poi venne Last.fm, piattaforma autodefinitasi “rivoluzionaria” che prende tutto ciò che ascolti e lo classifica e lo conteggia e a fine settimana ti recapita bella impacchettata la tua personale hit parade. Utilissimo come radio on-demand e come librone da sfogliare per scoprire nuovi gruppi thailandesi o sub sahariani.

Bellissimo è aNobii. Il Last.fm dei libri. Sarà il contrasto così anacronistico tra la pagina stampata e il web duepuntozero, che ha molto di romantico hi-tech, come quando il nostro eroe, con la corazza in alluminio pressofuso del pianeta Von e il fucile a raggi betagammaculo, bacia la bella principessa delle stelle prima di partire per la missione intergalattica. Utile e, almeno nel mio caso, non dannoso.

Oltre a questi, ci sono Flickr e Tumblr. Il primo per contenere tutte le foto che facciamo e taggarle, commentarle, classificarle etc etc. Il secondo per i blogger frettolosi, o per quelli che oltre al blog utilizzano un blocconote dove appuntare link, video, canzoni e un sacco di altre cose.

Sicuramente questa prima genia di Social Network ne avrà figliate altre. Penso a Facebook e Hi5, nipotini un po’ sfigati di MySpace. Penso a come MSN abbia ammodernato gli spazi dedicati ai propri utenti, in modo da renderli una community che interagisce.

Ecco, mentre in tutto questo un senso lo trovo, mi sfugge il vero scopo di Twitter. A parte che tutti i Twitter che ho letto sono fighissimi e sembrano scritti da dei collegiali di Boston che hanno un sacco di problemi ma quasi solamente di natura intellettuale, perchè una persona deve aggiornare i propri “followers” su ciò che sta facendo? Che poi, mentre uno aggiorna il Twitter dovrebbe scrivere quello che realmente sta facendo, cioè: Pipino sta aggiornando il proprio Twitter. E dopo mezz’ora: Pipino sta scrivendo un’altro shout su Twitter. Vabbè, cazzata.

Il succo del post comunque voleva essere: inizio a pensare che il social networking stia diventando un tantino autoreferenziale. Ergo, datemi dieci motivi validi per cui io dovrei fare un account su Twitter. O dei motivi per cui voi l’avete fatto e con tanta passione lo tenete aggiornato.

Ps: questo post è chiaramente e molto ironicamente ispirato da fatti e persone realmente esistiti. Anzi, esistenti!
Pps: nonostante la curiosità e la bramosia con cui attendo risposte e commenti, l’account su Twitter non lo farò comunque. Tiè!

Una domanda, repentina:
– Da quanto va avanti questa storia?
Lui, tradendo un po’ di nervosismo:
– Quasi tre anni, giorno più e giorno meno.
– Troppi, non trovi? Tre anni e siamo di nuovo al punto di partenza.
– Già. Che dici tu?
– Dico che è ora di crescere e dirsi le cose come stanno. Siamo adulti, non trovi?
– Si, hai ragione. Dobbiamo guardare le cose da un nuovo punto di vista. Dobbiamo smetterla con il prenderci in giro.
– Si. E dico che in tre anni, tre, non abbiamo concluso niente! O quasi. Mi sento male.
– Dai, non fare così! Non è vero!
– Pensaci bene, perdio. Non ci siamo mossi di un millimetro. A cos’è servito tutto questo tempo?
– Si, forse hai ragione. Mi spiace. Soprattutto perchè gran parte della colpa ce l’ho io.
– No, non è vero. Non dire così. Non è un discorso di colpe. È un discorso di obiettivi, di sogni e di forza di volontà. E noi quella non l’abbiamo mai avuta.
– Già. Beh, quindi buona fortuna. Esagero se ti dico buona fortuna?
– No, non esageri. Buona fortuna anche a te. Ne avremo bisogno.

Rastrellare le foglie cadute dagli alberi è una mansione tipicamente autunnale. È un tripudio di gialli, marroni, bordeaux e di condensa che ti esce dalla bocca mentre canti qualcosa. Perchè per farlo e sentirsi completamente in armonia con l’atmosfera ci vuole il disco giusto nelle orecchie. I Pinback sono indicatissimi, soprattutto per l’ultimo album, Autumn of the Seraphs. Oppure i Settlefish, i Fire Theft o quel capolavoro che è Something to write home about dei Get Up Kids. E mentre ascolti, assieme alle foglie rastrelli anche tutte le storie passate che ti tornano alla mente in questi giorni, tutte le cotte che non riesci a palesare e a trasformare in qualcosa di tangibile. Alla fine rimani con un mucchietto di niente, prendi un sacco e lo riempi, in attesa della primavera. Di quando le foglie torneranno verdi, i fiori sbocceranno e le ragazze cominceranno ad uscire di casa in canottiera e con le spalle scoperte che quando le incontri pensi solo a quanto sono belle.
Oppure no, perchè non è detto che in autunno tutto  si addormenti. Non io, almeno.

Qui trovate un articolo fichissimo di Ben Patashnik che parla di Refused, Dillinger Escape Plan e di come, secondo lui, i secondi siano i continuatori dell’innovazione portata dai primi nell’hardcore. Tesi che si può condividere o meno, ma che qui viene presentata con delle argometazioni che dimostrano che chi scrive sa di cosa va blaterando. Oltre a questo ci trovate pure Ben Weinman che dice che, beh si dai, sta cosa del paragone coi Refused ci sta.
Sarà la mattina presto, sarà l’inverno alle porte, sarà che a me i paragoni, pur se inutili, son sempre piaciuti.
I Refused sono nella Top 5 delle mie band preferite. I DEP non lo sono ancora, ma stamattina mi piacciono un po’ più di prima e sono molto curioso di sentire il loro nuovo album, Ire Works, che sicuramente si trova già dappertutto ma che non ho ancora avuto la voglia di cercare, e che si mormora possa essere il loro The Shape Of Punk To Come. Certo che ripetere un disco del genere, nel 2007, non dev’essere mica semplice. Quel disco ha tracciato un solco tra il vecchio e il nuovo, tra quello che era stato e i mille sentieri aperti dalle contaminazioni Jazz/Electro della band di Umeå. È stato una granata lanciata in un lago. Quando è esplosa si sono alzati degli schizzi talmente alti che un sacco di gente ne è rimasta travolta. E siccome ogni dieci anni un disco così qualcuno lo fa, non mi dispiacerebbe se stavolta toccasse ai DEP.

BABYSHAMBLES – SHOTTER’S NATION (PARLOPHONE)

Diciamolo chiaramente. Down In Albion era da considerarsi un bel disco solamente perchè al suo interno c’era quel gran pezzo che è Fuck Forever. Per il resto eravamo sul mediocre e sul già sentito altrove e in tempi non sospetti. Shotter’s Nation è un bel disco, nulla di eccezionale, chiariamoci, ma dato che si tratta di una delle band più chiacchierate degli ultimi anni mi sembrava doveroso dirlo, che non di solo hype si vive, ma anche di belle canzoni, se si vuol campare e soprattutto permettersi anche qualche costoso vizietto. Fondamentalmente questa cosa che dei Babyshambles si parli più sui tabloid che sulle riviste musicali, anche se spesso le due tipologie tendono a convergere, mi da un fastidio della madonna. D’accordo, è facile fare notizia con il musicista tossico che sta con la modella tossica, vedi Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo, ma per piacere, lasciatelo in pace. Se invece parlassimo del Doherty musicista potremmo dire che in Shotter’s Nation ci sono dei testi che sono delle rasoiate, diretti e onesti e che questa volta l’intero album è di un livello molto buono. Canzoni catchy e ben costruite per un album intenso e ben costruito. Tutto qui.

Voto: 6/10

DISCO DRIVE – THINGS TO DO TODAY (UNHIP RECORDS)

Dicono che dal vivo i Disco Drive siano delle bombe atomiche, che si scambino gli strumenti l’un con l’altro, che il pubblico non riesca a rimanere fermo un solo istante durante i pezzi, che i tre musicisti vengano “colti come per incantamento” e che si trasformino in dei licantropi del pop-rock.
Ecco tutto questo io non l’ho mai visto accadere, per il semplice motivo che ad un loro concerto non sono mai stato, ma spero di colmare ben presto questa mia lacuna. Perché dopo qualche ascolto di Things To Do Today, la voglia di vederli sopra un palco è tanta. Vorrei vedere se anche dal vivo iniziano It’s A Long Way To The Top con quella ritmica fatta coi sospiri, se veramente il basso e la batteria stanno sempre incollati, se i suoni che escono dalle casse sono proprio così grezzi, cattivi, taglienti. I Disco Drive osano, mescolano, sudano, intrecciano voci e melodie e il risultato alla fine è che quando togli le cuffie dalle orecchie senti proprio com’è il silenzio perché per i quaranta minuti precedenti vieni bombardato da chitarre saturate, feedback, synth, campanacci, bottiglie di vetro e chi più ne ha più ne metta. Bomba!

Voto: 7/10

JIMMY EAT WORLD – CHASE THIS LIGHT (DREAMWORKS RECORDS)

All’inizio ero esaltato da questo disco. Poi mi sono ricordato che i Jimmy Eat World che mi piacciono sono quelli di Clarity e di Bleed American e ho iniziato a ragionare. Chase This Light non è un brutto disco, sia chiaro. È semplicemente insignificante. Non mancano i pezzi che ti ricordi e fischietti quando stai facendo qualcos’altro, le melodie sono sempre quelle loro, la testa ogni tanto inizia a scuotersi su e giù, però è troppo prodotto, troppo simile a mille altri dischi che escono ogni giorno da parte di band emo-core. I JEW anziché seguire la corrente avrebbero dovuto fare come sempre, belle canzoni, bei suoni, belle melodie. Tutto lì. Qui invece siamo pieni di suoni pompatissimi, di voci effettate che non la smettono mai di cantare anche quando la canzone vorrebbe un momento di respiro. Il cambiamento di rotta lo si era intuito in Futures, si era aggravato nell’EP Stay On My Side Tonight e qui si è completato. Siamo passati dallo smielato con gusto allo smielato tamarro e per me questo è veramente troppo. Però se avete il ciuffo lungo e i capelli tinti di nero (se si usa ancora agghindarsi a quel modo) questo disco vi piacerà.

Voto: 5/10

SETTLEFISH – OH DEAR! (UNHIP RECORDS)

Dire che Oh Dear! sia il disco italiano del mese è senz’altro riduttivo, anche perché non fregherebbe a nessuno. Sicuramente il nuovo album dei Settlefish gode di un respiro internazionale che spesso manca ai dischi dei gruppi di casa nostra. Si sente che di strada ne hanno fatta tanta, sia musicalmente che in fatto di kilometraggio, in giro per l’Europa e il Nord America. Le influenze della scuola di Chicago (Cap’n Jazz e derivati) che permeavano gli album precedenti, qui lasciano un po’ il passo a dei nuovi orizzonti musicali, sicuramente molto più ampi. Si passa dagli Explosion In The Sky ai Modest Mouse, a mio avviso. La parte del leone come sempre la fanno la voce di Johnatan Clancy, riconoscibile tra mille e le chitarre che sono da bava alla bocca. Questo disco costituisce sicuramente un’evoluzione importante per i cinque bolognesi: elettronica e synth acquistano un ruolo molto più rilevante che in precedenza e pezzi come Summer Drops lo testimoniano alla perfezione. Alla bellezza di Oh Dear! aggiungete dei live tiratissimi dall’inizio alla fine e poi unite tutti i puntini. Ecco che otterrete una band per la quale bisogna lustrarsi bene gli occhi e le orecchie.

Voto: 8/10

del.icio.us

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